Le grandi bugie sui medici di base – 1

Hey, ciao!

Questa settimana ho registrato un audio mentre correvo (sì, lo so, sono diventato quello che parla da solo per strada) e mi è venuta fuori una riflessione che volevo condividere con voi.

C’è una convinzione diffusa che mi fa sbottare ogni volta che la sento anche solo alludere: l’idea che noi medici di base siamo i guardiani avari dei conti pubblici, che ci teniamo stretti gli esami del sangue come Paperon de’ Paperoni con le sue monete d’oro. Come se avessimo un bonus a fine anno per ogni risonanza magnetica non prescritta. Spoiler: non funziona così.

La verità è che non abbiamo nessun interesse particolare a preservare i conti dello Stato. Ciò che guida le nostre scelte sono, al massimo, quei normali vincoli etici che dovrebbero esistere per ogni cittadino. Sono gli stessi, per dire, che mi portano a spegnere la luce quando esco da una stanza o a fare la differenziata come si deve.

Il vero problema, quello che sfugge anche a molti colleghi specialisti, è un altro.

La medicina sul territorio ha logiche completamente diverse da quelle ospedaliere. In ospedale è normale fare ogni esame possibile a un paziente che sta male, ed è giusto così: quel reparto rappresenta l’ultima fermata per capire cosa c’è che non va.
Da un lato certo, è ovvio: se noi applicassimo questo approccio a tutti i pazienti che vediamo ogni giorno, non basterebbero le risorse dell’intera umanità per gestire solo i malanni del pubblico italiano.

Ma trovare la diagnosi precisa prima di far e qualsiasi cosa è un lusso che noi semplicemente non possiamo permetterci: non avremo mai il risultato degli esami del sangue pronti nel pomeriggio, o la risonanza fatta in giornata.
E quindi ragioniamo per diagnosi operative: un ragionamento più grossolano che cerca di sgrezzare le zolle di possibilità in approfondimenti più gestibili. Questo metodo si basa su quello che abbiamo a disposizione: i nostri occhi, le nostre mani, la persona che abbiamo di fronte e i suoi problemi.
(e la nostra stampante, ovviamente: come le stampiamo le impegnative consigliate dagli specialisti, sennò?)

Se volete darmi una mano, rispondete a questa mail raccontandomi: qual è stata la vostra esperienza più frustrante con il sistema sanitario? Non per lamentarci, ma per capire meglio dove stanno i veri problemi.

Alla prossima settimana, bella!

Riccardo

P.S.: Sì, continuo a registrare pensieri mentre corro. No, non mi vergogno più quando la gente mi guarda strano.

❤️ Le cose che ho amato di più:

📽️ Film – Arrival

Questa settimana mia moglie mi ha fatto recuperare Arrival, film sugli alieni di Denis Villeneuve del 2016.
Però oh, Arrival non è il solito film di alieni.
Dimenticatevi le invasioni e le battaglie spaziali: qui si parla di linguistica, tempo e di come comunichiamo. Louise, una professoressa di lingue, deve decifrare il linguaggio di questi visitatori che sembrano seppie giganti in acquari fluttuanti. E mentre tutti si aspettano risposte immediate tipo “vengono in pace o no?”, lei capisce che prima bisogna imparare a pensare come loro.
Il colpo di scena finale ti ribalta tutto – e no, non è uno di quei twist forzati che ti fanno dire “ma dai…”. È una riflessione su come il linguaggio che usiamo modella letteralmente il nostro modo di percepire la realtà. Un po’ come quando impari che in giapponese esistono venti modi per dire “io” e capisci che forse vediamo il mondo in modo più limitato di quanto pensiamo.
Film lento? Sì. Ma di quelli che ti restano in testa per settimane.

✍️ Citazione della settimana:

Tutto quello che c’era bisogno di dire è stato già detto. Ma, siccome nessuno stava ascoltando, tutto va detto di nuovo.
Andrè Gide citato su “Ruba come un artista”, Austin Kleon.

(Tornata a galla grazie a Readwise. Provatelo con questo link e sia io che voi avremo un mese gratuito extra!)

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